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GRAFOLOGIA: l'investigazione psicografologica

in collaborazione con la rivista Monitor del grafologo Beppe Amico di Trento.

(Monitor ANNO III - Settembre 2001)

Autore Nicola Lamacchia

 

La grafologia ci dà la possibilità di rispondere sempre in maniera estremamente mirata sul caso. Il quesito che ci viene posto, quasi sempre, può essere rintracciato come la "tipica situazione di…." e qui ci possiamo aggiungere: "un uomo/una donna in crisi", "un fidanzato dubbioso sulla scelta", "una donna scontenta del rapporto col proprio marito" e via discorrendo. Ma chi è quella persona che vive quella situazione che pure ritroviamo frequentemente?

Capire bene chi sono le persone che vivono quella situazione e quanto quella situazione, che pure sembra uguale a tante altre, sia in realtà anche tanto diversa dalle altre, è un'esigenza fondamentale.

Per capire questo non ci rifacciamo all'analisi del testo e alle poche cose che il soggetto racconta di sé e che pure permetterebbero di costruire (solo) congetture su chi sia o come stiano veramente le cose: ci basiamo su quanto la scrittura di un soggetto esprima della sua stessa personalità e quindi sul suo reale modo di affrontare le cose.

 

Ecco il primo caso che affronteremo nella nostra "investigazione grafologica".

 

La scrittura è quella di un uomo di 44 anni, imprenditore, che si dice pervaso da inquietudine, accusa di non riuscire sempre a coordinare come vorrebbe il suo lavoro, vive momenti di scoraggiamento e talvolta è preso da malumori e tristezze. Il nostro vorrebbe anche un'indicazione sul campo più idoneo a livello professionale.

Sulla base del solo quesito posto, per esempio, qualcuno potrebbe congetturare di trovarsi di fronte ad una persona affetta da "alti e bassi", incertezze e non definizione di sé. Quindi un uomo non ancora maturo per l'età che ha (44 anni) e sulla base di questo si consiglierebbe il soggetto, magari, di incominciare a guardarsi dentro con uno spirito di osservazione che sappia distinguere tra fantasia, euforia e senso concreto della realtà. Ma sarebbe giusta questa ipotetica risposta?

La scrittura ci dà indicazioni diametralmente opposte a questo orientamento.

Osservazioni sintetiche sul tracciato grafico

Osserviamo un calibro piccolo, con buon Largo tra parole e Triplice larghezza equilibrata, Disuguaglianza metodica sopra la media.
C'è buona energia ed attivazione per gli angoli presenti nella scrittura. Cionondimeno questa scrittura non è propriamente spontanea perchè appare un po' compressa nella sua verticalità ed espansione piena (tracce di Titubante): il movimento, pur avendo un certo slancio (estensione orizzontale di alcuni ovali e Largo tra lettere sup. a 5/10 in qualche caso) appare frenato da controllo (Contorta), da rallentamenti (Titubante) e cambi di direzione (Non Omogeneità nell'inclinazione).
In particolare, poi, riferendoci alla generale categoria di Curva e Angolosa dobbiamo valutare da una parte il tipo di tensione presente nella scrittura, gli angoli, e dall'altra la sua curvilineità, ma anche i "controlli" di cui si è detto: tutto ciò produce un movimento che non risolve gli slanci con la tensione da controllo, "impastandoli" vicendevolmente (e dando luogo a Titubante, in questo caso). Avremo pertanto un movimento che pur apparendo tendenzialmente spontaneo, pure è frenato, teso e tende ad accumulare ulteriore tensione interiore, logorando (Contorta e Titubante).

Ecco cosa ci fa capire il tracciato grafico

Il Nostro è una persona che ha raggiunto una maturità psicoaffettiva, è un tipo "quadrato", come si dice nel linguaggio comune, cioè sa quello che vuole, ha un buon grado di osservazione su sé stesso (Triplice Larghezza, Largo tra parole, Calibro piccolo, Contorta e Titubante), ha un adeguato "senso della realtà" che gli consente descrizioni abbastanza oggettive delle situazioni (Trplice larghezza). Si tratta anche di una persona abbastanza profonda negli affetti e nei convincimenti (Trplice larghezza equilibrata) .

E' attiva e dinamica, peccato che molta energia stia "sui freni" (se così non fosse aumenterebbe il dinamismo e la scioltezza dello stesso e diminuirebbe il logorio che dà cali di tensione). Allora? Allora non si tratta dell'"ingenuo che non sa ancora che pesci prendere".

Ma allora, direte voi, da che dipendono questi problemi che ha lamentato (inquietudine, scoraggiamento, malumori, tristezze e coordinamento non ottimale delle azioni)?

Cerchiamo di focalizzare

E qui la scrittura ci dice che, per effetto del vissuto educativo, il soggetto tende ad essere molto critico e diffidente nei suoi stessi confronti (Largo tra parole, Titubante, Contorta, bassi segni di autostima). Non si lascia andare pienamente alla spontaneità ed ai suoi stessi automatismi, interviene invece a controllare e mettersi in discussione (Largo tra parole, Contorta, Titubante). Questo aspetto gli genera tensione, gli toglie il gusto di agire con fluidità e piacere. Esiste, a monte, un carico di iper-responsabilità che genera iper-coscienza: ogni atto è come se fosse altamente carico di responsabilità e conseguenze.
Volete capire meglio quello che sto dicendo?
Bene, immaginate di trovarvi alle prese con un macchinario con tanti bottoni; vi hanno appena spiegato come funziona e vi hanno lasciato da soli ad operare: adesso sapete che se sbagliate le sequenze di bottoni da spingere create danni per qualche milione di lire.
Che fate? Decidete quale bottone spingere e mentre lo state per fare immediatamente ritornate sulle vostre decisioni, con impeto, a controllare in maniera brusca e diffidente quello che avete fatto, ma tuttavia continuando a provare un senso di insicurezza e tensione.
Questo è un esempio ed è uno stato temporaneo, nel nostro soggetto questa situazione, a livelli diversi, esiste ordinariamente e genera tensione (accusata come inquietudine e mancato coordinamento).

Andando più a fondo

Ma perché è così autocritico e diffidente con sé stesso?

Nel nostro esistono due parti, che evidenziamo così:

  1. la prima è aperta e positiva, possiede un certo slancio e vive momenti di grande coinvolgimento negli stimoli che gli vengono offerti (grado di curvilineità, Aperture a Capo, estensione di alcuni ovali e lettere, Titubante);
  2. la seconda è dogmatica: possiede, cioè, un pensiero rigido e preimpostato che "sovrappone alla sua maniera di sentire col cuore" (Contorta, grado di tensione delle lettere, rallentamenti nello slancio). Gli dice, quindi, "come devono essere ed essere fatte le cose", in maniera dura e difensiva. Questa parte possiede un senso etico che però vive in maniera rigida ed impersonale, con conseguente durezza (grado di tensione e freno; la tensione indica appunto il "controllo mentale" sulle spinte espansive). Non è un senso etico che viene dal cuore e che abbia quindi elaborato quello che il cuore sente, ma è un senso etico che viene dalla testa e che mette in discussione e toglie valore, entro certi limiti, a quello che il cuore sente.

Pertanto esiste più sottilmente un conflitto, in questa personalità. La linea del cuore, del sentire emotivo viene controllata a scatti e con angolosità, da quello che "la testa" pensa che sia giusto.
Nascono incertezze che in questo caso si possono riassumere in questa frase: è più giusto quello che sento o quello che penso - a tavolino - che sia giusto?
Ci sono orientamenti ed atti che vengono provati e subito dopo arrestati da un diverso orientamento (più controllato e chiuso) che li mette in discussione. In termini diversi: il soggetto non si fida del suo sentire interiore, delle sue aperture e per questo "scalza" questi aspetti attraverso una successiva chiusura e controllo con molta tensione.
I malumori e le tristezze provate dal soggetto, in questo caso, accusano un tradimento, un tradimento verso sé stessi, verso quella maniera di sentire più naturale e spontanea e, quindi, ci parlano di una irrealizzazione della propria vita, nel senso che il proprio potenziale creativo, umanistico ed affettivo non viene espresso completamente, venendo continuamente sabotato.
Vedete, sotto certi aspetti potremmo ritrovare - per esemplificare ulteriormente il discorso - quella struttura narrativa che si trova in tanti telefilm polizieschi, dove c'è un agente che si muove col suo senso del fiuto ed un suo superiore che lo richiama continuamente perché non si è attenuto al regolamento in qualche particolare, posto che l'attenzione al regolamento da parte del superiore sia eccessiva (e quindi un po' pedantesca). Quando il caso viene risolto, si conclude sempre con una ramanzina nei confronti di chi ha operato ed ha sentito quale fosse la via giusta.
Per continuare la metafora, nel nostro caso, però, al momento, vince sempre il superiore che inibisce l'agire del suo subordinato (ecco che ritorna il senso del mancato coordinamento, accusato). Conseguentemente ci spieghiamo perché il soggetto voglia sapere quali siano i campi professionali in cui possa meglio esprimersi.
Per rispondere a quest'ultima domanda: le possibilità sono tante, professioni che possono prediligere le parti tecniche, che abbiano a che fare con la creatività mentale (di pensiero), quelle in cui possa controllare l'operato altrui, ecc., ma quello che è importante, andando più a monte del quesito posto, è dirimere il conflitto. E qui prevengo una vostra possibile domanda.

E perché ha in parte sovrapposto la linea del pensiero a quella del cuore?

C'è sicuramente un influsso educativo (troppe precise impostazioni del "dover essere" che hanno in parte soffocato quello che avrebbe dovuto "sentire di dover essere"), ma ci può essere stata anche qualche esperienza più adulta in cui il soggetto abbia un po' "violentato quello che sentiva dentro" (non elaborandolo, come si dice in psicologia) e si sia imposto di credere, sentire ed obbedire a quanto aveva sposato come impostazione "di testa".
Questa possibile esperienza della vita adulta può essere stata talmente centrale ed importante da aver riportato una nuova organizzazione nella personalità.
Può sembrare strano? Ma perché cosa succede a quanti di noi, delusi di un qualcosa, dal giorno dopo incominciano a pensare ed agire in modi diversi?
Rimane qualche dubbio (insicurezza), nel soggetto, perché dentro di sé quella parte più naturale vive e "spinge" e pertanto è ancora aperto l'interrogativo su quale debba essere la strada da scegliere o meglio come possano essere diversamente coniugate queste strade (quella del "sentire affettivo" e quella del "trattenersi e dover fare diversamente").
Naturalmente su questo punto il discorso potrebbe proseguire ben oltre quanto abbiamo qui esposto.
Con questa risposta speriamo di aver contribuito a focalizzare il problema, ma anche di aver fatto capire come la grafologia possa dare un utile contributo, individualizzato caso per caso, per la gestione della nostra vita affettiva.

Nicola Lamacchia

se volete comunicare con il grafologo potete scrivere direttamente a: Lamacchia.nicola@libero.it