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In un articolo "Sur les principes de la calligraphie extrême-orientale"
in "La communication par le geste " (Le Centurion,1970, pp. 122-126),
Michel Courtois scrive varie riflessioni che possono applicarsi alla
grafologia e che avrebbero potuto essere scritte da G.E. Magnat in
"Poésie de l'écriture"." ..… E' un concetto della calligrafia diverso
dal nostro: calligrafia che potrebbe senza dubbio essere considerata
come una forma di grafoterapia….ed un arte di vivere.
L'autore comincia scrivendo:
"il mio proposito è lo studio dei principi di creazione che presiedono
alla scrittura,alla calligrafia, alla pittura, e che valgono anche
per tutte le arti di manifestazione plastica - la danza, per esempio,
può considerarsi come una forma di calligrafia come spiegherò più
avanti. Mi sono interessato più particolarmente alla calligrafia, non
solo perché è un arte veramente fondamentale, che, in Cina, ha
preceduto la pittura, essendo stati tutti i grandi calligrafi i
precursori, nella tecnica del pennello e dell'inchiostro, dei pittori
che hanno applicato in seguito le loro scoperte, ma soprattutto perché
è una disciplina rivelatrice, che i Cinesi ed i Giapponesi ritengono
superiore alla pittura, una specie di grafologia estetica che va
all'essenziale, che va al di là dell'immagine.
E' la ragione per cui, su questo ultimo punto, quando si guarda una
mostra di calligrafie, non bisogna tanto tentare di decifrare i caratteri
(le lettere) - è un'operazione che interviene assolutamente in secondo
luogo - quanto "ascoltare con gli occhi" e "vedere con le orecchie".
Nel guardare dei segni soltanto con gli occhi, non si può vedere niente,
oppure si tralascia ciò che è il più importante: sentire, accogliere
la vibrazione contenuta nel tratto e nell'inchiostrazione, che emana da
questa specie di danza del nero e del bianco che si svolge sulla carta
davanti noi".
Poi aggiunge:
"E' importante dare qualche chiarimento su una delle prime domande
che viene in mente su questo argomento ancora troppo misterioso
agli occhi dell'Occidente: quella della formazione del calligrafo.
La risposta abituale dei maestri: "bisogna copiare i modelli più
famosi, copiare e sempre copiare", apparentemente non soddisfa la
curiosità. Si concepisce bene che ci sia bisogno di lunghi esercizi,
un allenamento assiduo per acquisire la tecnica del pennello e
dell'inchiostro, per apprendere soltanto a tracciare correttamente i
caratteri quadrati, per capire bene le strutture, per dominare i vari
tratti ed il loro concatenamento, prima di lanciarsi negli arabeschi - se
così si può dire - del corsivo, e nelle volute del Ts'ao chou. Prima
fate le scale, aggiungono i maestri, rimettete senza tregua la vostra
opera sul telaio e, quando a forza di pazienza sarete pervenuti a
possedere bene i tre stili, a questo punto infine, e non prima, forse
sarete capaci di produrre senza manierismo una grafia personale. Ma
ancora?, chiederà l'amatore di arte occidentale che, molto appassionato
di originalità, considera la copia, soprattutto ai nostri giorni, con
una certa repulsione. Non si tratta forse semplicemente di copiare?
A questo punto bisogna sfatare un giudizio dato in modo troppo frettoloso,
e che ha vita dura, su un rispetto dei Cinesi per la tradizione, da
noi considerato troppo docile. A dire il vero, c'è copia e copia, e non
si tratta tanto per loro di copiare, d'imitare la forma esteriore di
una scrittura celebre, quanto di tentare di ritrovare lo spirito che
anima il tracciato esemplare, di sforzarsi a risentire, pennello alla
mano - ed è copiando senza sosta che si può maggiormente riuscirvi -
questa qualità dello spirito che dà vita ai caratteri di tal o tale
maestro, e conferisce ad essi una bellezza ineguagliabile.
(E' in questo spirito che si consiglia al grafologo di rivivere
il movimento della scrittura da analizzare) .
Nell'istante in cui questa bellezza incarnata nell'inchiostro gli
appare maggiormente, in cui la natura particolare di questa rara
armonia si rivela a lui in tutta evidenza, l'apprendista calligrafo
- già provetto, ovviamente - può verificare un principio fondamentale
tra tutti dell'arte cinese, che vale per tutte le forme di espressione,
principio che mette l'accento sulla risonanza dello spirito. Il primo
dei sei principî della pittura (raccolti in un celebre trattato del VI°
secolo e più ricco di senso con l'enunciare dei soli suoi quattro
caratteri-K'i youn chen tong - di quanto si possa dire in opere voluminose)
stabilisce la relazione tra le risonanze dello spirito (K'i youn) ed
il movimento della vita (chen tong). Ben conforme al concetto cinese
della mutazione delle forze dell'universo, ciclico, ritmico, e
respiratorio ("un tempo Yin, un tempo Yang, dicono i più antichi trattati
di divinazione: è proprio lì il Tao", cioè secondo questa legge
dell'alternanza armoniosa dei complementari. Ad esempio: un tempo di
ombra, un tempo di luce, un tempo di latenza, un tempo di azione, un
tempo di espansione, un tempo di ritrazione, un tempo di vita, un tempo
di morte…ecc.) - è un principio di comunione di ritmi, di unisono,
di consonanza. In altre parole, per esprimere la vita, è necessario
che lo spirito del paesaggista sia in armonia con la natura, che lo
spirito del calligrafo sia in comunione con il suo modello, o con il
carattere proprio del segno che si appresta a tracciare. Per creare
una vera opera, e nel senso letterale, "animata", bisogna realizzare
in sé una fusione del ritmo dello spirito con il movimento delle cose
vive".
(Nella scrittura, è l'alternanza del bianco e del nero, del pieno e
del filetto, della curva e dell'angolo, dell'attaccato e dello
staccato, secondo la nozione della scrittura bicefala di Faideau o del
ritmo di polarità. Non si potrebbe ugualmente dire che sia necessario
che lo spirito del grafologo sia in armonia con la natura di colui
che ha tracciato il segno che analizzerà?)
Poiché lo spirito, secondo il senso primario della parola k'i, è il
respiro, si può pensare, senza divagare, all'analogia con il latino
"spiritus": l'afflato, energia universale, che attraversa ogni cosa,
circola in ogni cosa, modella ogni cosa ed ogni vita, come andrà ad
animare l'opera d'arte e plasmarla. Secondo quest'accettazione
fondamentale, "K'i youn", la consonanza dello spirito, è l'armonia
del respiro. E dunque, lo stato di ispirazione, che presiede ai
capolavori, non sarebbe altro che questa traversata dell'essere in
consonanza con il soffio creatore, nient'altro che questa armonia
del respiro.
E' la ragione per cui non c'è più bell'apprezzamento di un'opera
d'arte cinese che quello di sottolineare la perfetta circolazione
dell'afflato di cui essa testimonia. E' perciò che Wang Hi Tche
- che viveva nel IV° secolo - è rimasto il più grande dei calligrafi
perché sapeva così ammirevolmente far circolare l'afflato in ognuno
dei caratteri che scriveva e da un carattere all'altro e, più
precisamente perché, nella continuità di una pagina o di un testo,
egli applicava sempre un altro grande precetto sul quale insistono
gli storici d'arte e gli esteti cinesi: bisogna non rompere le vene
del respiro. Perché faceva provare ai suoi ammiratori la forte impressione
che il suo pennello non era più tenuto da un uomo ma dalla natura stessa
che dettava il suo movimento.
(Nella scrittura, bisogna ugualmente circondare il respiro e la sua
lunghezza in uno scrivente).
Numerose storie fantastiche illustrano l'importanza di questo stato
di consonanza intuitiva ed i privilegi creatori che esso conferisce
agli artisti capaci di farne l'esperienza, in questi momenti eccezionali
in cui non c'è più distanza tra il soggetto e l'oggetto, in cui sono
aboliti la distinzione, la separazione tra la cosa contemplata ed
il contemplatore. In questo stato di comunione, di armonia del respiro,
di fusione dei ritmi, di risonanza perfetta, la comunicazione tra
spettacolo e spettatore, normalmente molto relativa, molto superficiale,
si fa più intensa, più profonda, più intima; oltrepassando la soglia
abituale della percezione, la visione dello spettacolo colpisce al cuore
stesso dell'essere dello spettatore, lo penetra e l'illumina. Colui che
guarda diventa, tutto ad un tratto, vedente, toccato da una grazia: egli
è, egli vive ciò che vede e ciò che lo colpisce. "Rapito" nel vero senso
della parola, egli si trova di colpo iniziato al mistero dell'essenza
delle cose e del movimento della vita. Egli riceve la rivelazione di un
segreto che fino ad ora gli sfuggiva. Con questa rivelazione
trascendentale, il creatore è messo in possesso delle chiavi della
sua arte. Prima di quest'istante determinante, non era altro che un
ricercatore esitante, ciecamente, nella notte dello spirito non ancora
illuminato. La rivelazione gli mostra la via, ed è soltanto dopo averla
ricevuta che diventa un vero artista. Per chi non ha vissuto questo
miracolo, la natura rimane uno scritto indecifrabile. Per
l'artista improvvisamente illuminato, reso all'evidenza, trasfigurato,
è un libro delle meraviglie, una sorgente di vita che lo anima di una
ben diversa energia creatrice, e lo rende capace ormai di trasformare
un'opera che prende radice nel "naturale" in una espressione
del soprannaturale. È la ragione per cui i racconti leggendari della
carriera degli artisti famosi raccontano sempre di una rivelazione
sopravvenuta nel corso di una contemplazione della natura. Così si
apprende, nel leggere queste biografie, che tale grande calligrafo
ha saputo come doveva scrivere osservando un serpente che fuggiva
nell'erba, che un maestro del corsivo ha trovato il suo stile assistendo
ad un combattimento di animali selvatici, oppure ancora che un altro
grande maneggiatore del pennello ha scoperto il segreto del ritmo
delle sue composizioni ammirando una danza della sciabola eseguita
da una famosa danzatrice. Senza rivelazione, nessun capolavoro.
(Quale grafologo non potrebbe augurarsi questo "rapimento" davanti
ad una scrittura per meglio interpretare il suo mistero?)
Quanto alla tecnica, non ce ne meraviglieremo, per permettere al
calligrafo di incarnare nell'inchiostro e nel tratto tutti questi
principî fondati sulla risonanza dello spirito, che mette in gioco
tutta una disciplina spirituale. Non ci meraviglieremo del fatto che
il maneggiamento del pennello cinese richieda ben altro che una
destrezza manuale, ma tutta un'attitudine
interiore che implica la sua tenuta stessa, ben fissato tra le dita,
molto perpendicolarmente alla carta in modo che, e questo punto è
molto importante, non è la mano sola che traccia i caratteri, che non è,
come in Occidente, il polso che la comanda, ma tutto il braccio ed anche
tutto il corpo. Il movimento parte dal cuore, dal centro ed è infine
trasmesso alla mano che segue docilmente. .
(L'espressione di Michon "la scrittura è lo specchio dell'anima"
prende qui tutto il suo senso).
Il pennello è tenuto fermamente un po' come un asse che partirebbe
dal centro di gravità del corpo. E questo obbliga ad una ben
altra sollecitazione, più totale, dell'essere, piuttosto che una
scrittura come la nostra nella quale solo la mano ed il polso partecipano.
A cuore retto, pennello fermo, dice un precetto
(nota molto profonda e che giustifica la valorizzazione del grado
di tensione III di Pophal)
ciò che presuppone una totale preparazione, fondata sulla
distensione interiore, il raccoglimento, la concentrazione, la calma,
il vuoto fatto nello spirito che non deve essere occupato, prima di
cominciare il tracciato, che dalla chiara rappresentazione dell'immagine
ideale del carattere. Tutte condizioni preliminari ad una buona
calligrafia che, riconosciamolo, non sono così facilmente realizzate.
Prese dette precauzioni, bisogna ancora, secondo alcuni grandi
calligrafi, "congelare l'attenzione", e "vuotare la mano";
"congelare l'attenzione" cioè concentrarla, renderla interamente
disponibile, escludendo ogni distrazione, e "vuotare la mano" cioè
essere capaci di ben controllarla, di farne una serva obbediente, uno
strumento duttile e non, come troppo spesso è il caso nella
pittura occidentale, una "bella infedele" che conduce a tutti i
compiacimenti, a tutte le ridondanze, a tutti i manierismi, a tutte
le civetterie e facilità; od ancora, in altri termini, secondo un
trattato classico cinese, vuole dire essere capaci di ben condurla e
non lasciarsi condurre da essa.
Il calligrafo, una volta fatta, e ben fatta, questa preparazione, e
soltanto allora, è pronto a scrivere, e forse possiamo anche dire che
l'essenziale del lavoro è allora compiuto; la bella e buona scrittura
viene da sé.Infatti dobbiamo scrivere soltanto quando ci si sente pronti,
diversamente è meglio rinunciare, altrimenti i carattere saranno brutti.
I grandi calligrafi raccomandano ancora a questo proposito (cito in sostanza):
"quando vuoi scrivere, deve essere bel tempo nel tuo cuore" (oppure
farai un brutto lavoro).
(Questa disposizione mentale non si dovrebbe anche applicare al grafologo
che vuole "leggere" la scrittura?)
Questo non vuole dire che si può scrivere bene soltanto in uno stato
di estasi serafica, come la si vede sui visi delle sculture buddiste,
soprattutto perché la serenità non si fabbrica con l'applicare qualche
ricetta di yoga, ma arriva soltanto quando risponde ad un bisogno profondo.
Questo stato di calma, di responsabilità creatrice propizia alla messa
in opera, è al contrario ottenuto e mantenuto a forza di vigilanza.
Si ottiene con una grande decontrazione interiore e, sul piano propriamente
spirituale, con il disinteressamento - senza parlare del "distaccamento",
nozione ambigua in linguaggio occidentale, e che può dare luogo a molti
malintesi. Con il disinteressamento, si intende imparare a disinteressarsi
del risultato, ciò che corrisponde, in altre parole, ad una purezza di
intenzione, una sincerità "ingenua" molto difficile da incarnare, cioè anche
dimenticandosi di se stesso, mettendo da parte il desiderio di riuscire
dettato dall'"ego", dall'"Io" ordinario.
Un grande critico t'ang del IX° secolo, Tchang Yen Yuan dirà in proposito:
"colui che si preoccupa della sua opera e agita il pennello con la volontà
di fare un quadro è votato al fallimento. Colui che esercita la mente e
muove il pennello senza aver coscienza di dipingere raggiunge il cuore
dell'arte della pittura. La mano non si irrigidirà, il cuore non si
congelerà, e l'opera si farà da sé senza che si capisca come sarà stata
ottenuta." Nello stesso intento il grande poeta Sou Tong P'o scriverà:
"colui che decide di fare un poema, non è un poeta".
Si potrebbero dare ancora mille altri esempi, presi nell'enorme
letteratura storica, critica, aneddotica, leggendaria e mistica
suscitata dalla calligrafia, per dimostrare l'estrema difficoltà
di quest'arte che approda ai punti essenziali posti dalla creazione
artistica, e non soltanto dalla creazione calligrafica.
Se dobbiamo dare credito alle autorità in materia, alle testimonianze dei
maestri di altri tempi oppure agli scritti dei critici più esigenti, un
calligrafo degno di questo nome dovrebbe possedere e mettere in opera le
qualità tecniche ed interiori le più rare e le più difficili da conciliare,
lavorare senza tregua per anni per acquistare la padronanza perfetta senza
la quale non è possibile la disinvoltura, per oltrepassarla e dimenticarla
per raggiungere quell'"arte senza arte", questa "destrezza sotto
un'apparenza d'imperizia"di cui parlano i maestri taoisti, questa
spontaneità suprema e, per così dire, soprannaturale, che è nello stesso
tempo il frutto di una lunghissima pazienza; essere insieme rigoroso e
spontaneo, cosciente ed ingenuo, castigato e disteso nel maneggiamento del
pennello, attento e staccato, libero come l'aria nell'espressione senza
per questo essere troppo rilassato, sapere unire rudezza ed armonia, coerenza
e fantasia, e riuscire ancora a fare tanti altri "matrimoni dei
contrari" così cari agli esteti cinesi. Programma sovrumano che,
realizzato pienamente, farebbe dell'artista, così dotato da pervenirvi,
uno straordinario virtuoso ed un santo. Sicuramente è possibile diventare
un buon calligrafo senza dover possedere a fondo tutti gli stili o
accettare ogni sfida, e senza essere un grande mistico, e non è già
da poco poter scrivere correttamente con l'applicarsi onestamente e
senza ricerca particolare. Ma se dei creatori di genio, diventati per
la posterità dei modelli, e se i più eminenti esperti insistono così
tanto sulla continua rimessa in questione del lavoro e soprattutto
sulla necessità della purificazione del cuore e dello spirito, se
giudicano il buon scrivente meno sulla sua abilità - tecnica
indispensabile e che va da sé - che su queste virtù morali e spirituali,
se gli chiedonodi realizzare molto di più dei classici "cinque condizioni
del calligrafo" - che cito di memoria - "dalle distrazioni aver la mente
ben disposta; l'immaginazione fine; il bel tempo; la carta eccellente
e l'inchiostro buono; un sincero desiderio di scrivere", è perché
sanno benissimo che la dura, impietosa legge dell'inchiostro non perdona
nessun mancamento ai principi.
Tali sono infatti, le proprietà dell'inchiostro: per la sua natura stessa
così fluida, così duttile, esso tanto tradisce quanto rivela la personalità
del calligrafo, esso sanziona spietatamente ogni difetto come illustra
ogni marca di talento o di genio: esso registra immancabilmente ogni
intenzione, buona come cattiva, ciò che uno si compiace di mostrare e ciò
che non si può nascondere ad un occhio allenato. Non si bara con lui: nel
suo tracciato si inscrivono tutte le forze e le debolezze della mano,
della mente, del cuore e perfino dell'anima. Poiché ha un'anima, secondo
il parere dei letterati song, come ha corpo, sangue, ossa - la struttura
dei caratteri - carne, muscoli e tendini - i collegamenti tra i tratti.
E' una sostanza viva, infinitamente malleabile, che offre infinite
possibilità d'espressioni, che si presta a tutte le metamorfosi, a tutti
i giochi, una sostanza multiforme più o meno animata, più o meno palpitante,
secondo il temperamento del maneggiatore del pennello, ma una sostanza più
ingrata di quanto sembra di primo acchito, con la quale non si può giocare
al più furbo. Una riga di scrittura cinese, un solo carattere anche, è
per un conoscitore una vera prova per l'inchiostro, l'occasione di un
giudizio grafologico come di un apprezzamento estetico.
(Ed è senza dubbio la ragione per la quale vari grafologi hanno dato
una grande importanza al tratto in grafologia).
E l'autore prosegue scrivendo sulla calligrafia delle riflessioni
che sono degne di un poeta della grafologia:
"nel familiarizzarsi con la calligrafia, si è portati a misurare
tutto il valore, tutta la portata che ha per i letterati, ci si
accorge presto che essa rappresenta per loro ben più di una semplice
scrittura, che mette in causa ben più di una destrezza; si capisce
subito nello studiare quale importanza davano nell'epoca classica e
danno ancora al "gioco d'inchiostro" così chiamato tradizionalmente
per ben sottolineare in quale disposizione mentale disinteressata si
deve praticare. Si vede allora bene perché sacrificavano tanto tempo
e fatica a questo esercizio, si vede bene perché infine i maestri
mettevano l'accento sulla necessità della purificazione del cuore e
della mente, e perché tanti celebri artisti si sottomettevano con zelo
e fervore a discipline spirituali. Ogni letterato che si rispetti è
ben cosciente che per i suoi pari l'uomo intero si svela, si confessa
nel più piccolo autografo, che il tenore dell'inchiostro e della sua
grafia testimonia della verità della sua mente e della sincerità del
suo cuore. Sa che nel suo inchiostro - più ancora che nel suo pennello,
poiché la tecnica del pennello s'impara, si acquista a forza di allenamento,
si copia abbastanza facilmente, mentre nella liquidità stessa dell'inchiostro,
nella ricchezza dei neri e la vibrazione dei grigi, si inscrive la qualità
di essere, il fiore dello spirito, tutto ciò che, innato, veramente
personale non si acquista, e può essere soltanto sviluppato, però non
s'inventa, non si fabbrica con delle ricette - vi si riconosce l'uomo
dabbene o l'uomo da niente, il gentiluomo o il "letterato dei mercati"
così chiamato perché non temeva di prostituire il suo talento con l'esporre
le sue opere in luoghi pubblici così volgari come le sale da tè.
Secondo la dottrina dell'estetica dei letterati, che va ben oltre
l'estetica, che invita a sorpassare ("le parole vere non sono belle,
le belle parole non sono vere", dice Lao-Tseu) e sarebbe piuttosto
un'etica anzi una mistica, fortemente influenzata dal taoismo e dal
buddismo tch'an ( lo zen cinese), la calligrafia, come la pittura,
diventa una vera "via dell'inchiostro", che può permettere ad
alcuni dei suoi addetti, di raggiungere a forza di lavoro accanito,
pennello alla mano, di ascesi e di meditazione, a questa illuminazione
che chiamano il "samadhi dell'inchiostro".
A questo livello, la scrittura è uno specchio del cuore, poiché esso
stesso è uno specchio limpido della natura e dell'ordine delle
cose, rappresentato simbolicamente in innumerevoli pitture con il
riflesso della luna nell'acqua. Concetto che il maestro taoista Lie-Tseu
sembra illustrare quando dice: "le forme e le cose si manifestano a colui
che non è legato al suo proprio essere. Nei suoi movimenti, egli è
come l'acqua; nel suo riposo, egli è come uno specchio e nelle sue
risposte, egli è come l'eco".
Mistici o non, i grandi calligrafi non dimenticano mai che nell'inchiostro
si inscrive inevitabilmente l'impronta della loro personalità, che
chiamano "sigillo del cuore". Specchio della loro natura
intima, incarnazione nella fluidità ineffabile ma sostanziale
dell'inchiostro, di tutta la loro esperienza interiore, per loro l'arte
è un'immagine dello spirito e non soltanto questa forma di manifestazione
artistica privilegiata che è la calligrafia. ("Il Budda, è tuo spirito",
dice un maestro tch'an). Questi ricercatori di quintessenza amanti di
assoluto che furono i grandi letterati cinesi, nel maneggiare il pennello
e nel meditare sulla loro arte hanno riconosciuto così questa verità
lampante che lo stile è lo spirito, alla quale sembra fare eco la
formula occidentale celebre "lo stile, è l'uomo stesso". Scoperte
fondamentali, e dalle quali siamo ancora ben lontani dall'esaurire il senso!
Al di là dell'esotismo, la calligrafia estremo-orientale, troppo
poco conosciuta dagli occidentali, offre in verità molti altri
spunti d'interesse, e senz'altro non futili, oltre a quelli molto
limitati contenuti in una semplice "curiosità estetica" provenienti
da una civilizzazione lontana. Un tema di riflessione perlomeno, appena
evocato in queste pagine, basterebbe a dimostrare come il suo studio porti
ad uscire dal campo propriamente cinese, per troppo tempo a tenuta stagna,
per raggiungere l'universalità: se gli artisti non avessero fatto altro
che mettere in luce l'importanza fondamentale di questa legge nello
stabilire che "l'arte è un'immagine dello spirito", avrebbero già
donato all'umanità intera un tesoro senza prezzo.
Ma si scopre, acquisendo conoscenza dei saggi e delle annotazioni lasciate
da molti di loro, che hanno fatto molto di più: hanno saputo dare
delle risposte molto profonde alla maggior parte delle domande che si
possono fare sui principi della creazione artistica e questo circa un
millennio prima di Baudelaire e dei teorici dell'arte moderna, in un'epoca
in cui la pittura all'olio europea, se era inventata, non aveva ancora
prodotto nessuno di questi capolavori di cui oggi sono orgogliosi i nostri
più grandi musei.
Solamente fino ad ora la nostra ignoranza ed anche, bisogna ammetterlo,
un complesso di superiorità che comincia per fortuna, ed era ora,
a sgretolarsi, ci hanno impedito di approfittare della loro esperienza.
Senza dubbio la calligrafia non è di un approccio facile ma tante
altre discipline non meno ardue non sono state forse messe alla nostra
portata in questi ultimi decenni dagli orientalisti? Non è dunque
proibito aspettarsi dagli eruditi e…dagli editori uno sforzo simile a
quello intrapreso per esempio dall'inizio di questo secolo nel campo
vicino della pittura cinese.
Ogni forma di arte, a dire il vero, non sarebbe una scrittura dell'essere
e della vita, una calligrafia?
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