C'erano una volta gli esercizi di calligrafia
di Patrizia Rizzi
Imparare a scrivere
Negli anni cinquanta del secolo scorso, il modello calligrafico italiano era impartito molto rigidamente dagli insegnanti di scuola elementare. I bambini imparavano a scrivere con cannuccia e pennino e almeno per i primi anni non usavano altri mezzi scrittori a parte la matita.
Questa disciplina si chiama calligrafia, cioè "bella scrittura", ed era praticata a fini educativi.
Analizziamo alcune regole della calligrafia, per rinvenire indicazioni di ordine morale ed etico.
Per prima cosa osserviamo l'occupazione dello spazio.
Tutti i quaderni e i fogli protocollo avevano margini prestampati, che andavano sempre rispettati.
Il margine destro era da non superare mai. Il farlo era indice di disordine e di scarso rispetto delle regole. Quello spazio da lasciare bianco e vuoto potrebbe essere un indizio di ritrosia verso il nuovo, di diffidenza verso le innovazioni. Vi si legge l'intento di insegnare ai più giovani l'attaccamento al passato (il proprio come quello sociale, la storia nazionale dell'Italia, gli avi, la tradizione…)
Il margine superiore del foglio era tradizionalmente più ampio di quello inferiore. Non bisognava incominciare troppo in alto a riempire il foglio. Occorreva lasciare anche qui del bianco; in grafologia il bianco è una pausa, è pensiero, rispecchia il Temperamento dell'Attesa, significa mediazione, riflessione, indica il contrario dell'impulsività e dell'avventatezza, il controllo razionale delle proprie pulsioni vitali.
La rigatura dei fogli destinati agli alunni delle prime classi elementari delimitava anche le zone di scrittura della riga, dove lo spazio era suddiviso in tre. Lo spazio per la parte alta di certe lettere come le b, d, f, h, l, t era maggiore dello spazio lasciato per il corpo del carattere (l'ovale di a, o, d, q, le "gambe" di m e n, …). La zona media della lettera è quella che simbolizza la realtà quotidiana, concreta, la vita in senso lato; è il luogo dell'Io.
Gli ideali e la spiritualità occupano simbolicamente la zona alta della riga. Era opportuno che si mantenesse la proporzione tra le tre zone delle lettere (allunghi superiori e inferiori e corpo della lettera). Gli allunghi in righe successive dovevano evitare di sovrapporsi per ragioni estetiche e soprattutto per non andare a scapito di chiarezza e leggibilità.
Chiarezza sul foglio era sinonimo di chiarezza mentale.
La spaziatura così come era dettata dalle regole calligrafiche era indice di "pulizia", "ordine mentale" e "onestà".
Facevano parte dell'educazione all'accettazione delle regole per un vivere civile, senza schiamazzi ed intemperanze di sorta.
L'educazione era vista come qualcosa di imposto dall'esterno. Il bambino in qualche misura era considerato una tabula rasa, un contenitore vergine su cui incidere i buoni propositi e il senso del dovere, il rispetto, il patriottismo…
Le lettere dovevano essere curve quanto basta, meglio se ovali, leggermente allungate.
I filetti non andavano trascurati, per impedire che le lettere risultassero troppo addossate le une alle altre, o, al contrario, troppo "slegate". Gesti misurati dovevano permettere alle giovani dita di formare sul foglio le parole. Le "intozzature" (quelle linee scure lasciate dal pennino nei tratti discendenti) erano necessarie come il respiro alla parola.
La calligrafia insomma era una vera disciplina intesa come forma mentis. Non era solo questione di forma esteriore. Tutta'altro! Si trattava di etica comportamentale.
Una rivoluzione nell'insegnamento
A partire dagli anni '70 del secolo scorso le cose cambiarono. Negli anni della contestazione nelle università ci si ribellava ai tradizionali metodi di insegnamento in ogni ordine scolastico. I metodi rivolti ai bambini delle elementari erano giudicati antiquati e inutilmente rigidi.
Si passò da un metodo decisamente analitico, al metodo globale, di importazione anglosassone.
Il metodo globale risponde alle esigenze legate all'apprendimento della lingua inglese che presenta enormi differenze tra il parlato e lo scritto. Tali differenze rendono difficile l'imparare a scrivere correttamente. Nelle prime classi della scuola elementare, la parola scritta viene insegnata un po' come un blocco di lettere, la cui pronuncia ne diventa parte integrante.
La lingua inglese, in effetti, presenta poche regole fisse di pronuncia, mentre innumerevoli sono le eccezioni. E' il contesto che stabilisce il suono che certi dittonghi o certe combinazioni di lettere devono seguire e solo la pratica informa su quale sia la corretta pronuncia. Non è un caso che sul retro di copertina dei quaderni che si possono acquistare nel mondo di lingua anglosassone vi siano stampati elenchi con l'ortografia di vocaboli tra quelli le cui grafie più spesso vengono sbagliate dagli allievi.
Un tale metodo, quello globale, non è immediatamente adattabile ad una lingua come la nostra. L'italiano, rispetto all'inglese, è una lingua "trasparente". I suoni cioè sono scritti come vengono pronunciati. Le eccezioni sono pochissime e fisse: gn, sc, qu, ch…
Questo spiega perché da noi il metodo delle aste e dei cerchietti adottato nelle scuole primarie in Italia fino al secondo dopoguerra abbia resistito così a lungo. Si iniziava a scrivere esercitandosi ad imparare i singoli segmenti che alla fine ci avrebbero consentito di comporre tutte quante le lettere dell'alfabeto e le parole della nostra lingua.
La scelta di utilizzare il metodo globale in sostituzione del metodo tradizionale delle aste è stata motivata da molteplici importanti fattori, tra i quali sicuramente il ruolo che l'apprendimento dell'inglese come lingua straniera andava assumendo. Inoltre il modello di società democratica che andava diffondendosi nel dopoguerra ha contribuito indubbiamente al cambiamento.
La scuola statale italiana era nata all'indomani della costituzione dello stato nazionale per creare il nuovo cittadino. "Abbiamo fatto l'Italia, ora dobbiamo fare gli italiani". Tradizionalmente "bastian contrari" e divisi da sempre da culture e lingue/dialetti molto distanti tra loro, con collegamenti via terra praticamente inesistenti fino a tempi relativamente recenti (si pensi alla rete autostradale progettata e costruita solo nel secondo dopoguerra), l'Italia è sempre stata meglio collegata con il resto del mondo che con le proprie regioni. La presenza di catene montuose, gli Appennini, la strettezza della dimensione geografica, le divisioni politiche interne, tutto faceva prediligere contatti marittimi ed 'internazionali'.
Occorreva staccare i bambini dal chiuso delle proprie tradizioni e abitudini famigliari e farli entrare nella vita contemporanea. I figli avrebbero dovuto diventare diversi dai genitori, per poter cambiare la società, per poter rinnovare gli stili di vita. Il progresso sarebbe passato anche attraverso le discipline insegnate a scuola.
Foto del Liceo Classico
Statale "Cesare Beccaria" di Milano
Imparare a scrivere, oggi
Oggi, nel nuovo millennio, i problemi sono radicalmente mutati. Paradossalmente il bambino ha di nuovo bisogno di essere staccato dalla vita famigliare, che oggi è fatta in genere di pochi rapporti interpersonali (la famiglia mononucleare), di mass media e computer. Il bambino "socializza" molto precocemente, ma altrettanto rapidamente i rapporti interpersonali si riducono a contatti formali e non sempre significativi. La fretta del nostro vivere trasforma in ansia la scansione della giornata.
Di nuovo occorre staccare il bambino dal "chiuso" del suo ambiente per portarlo davvero nel mondo. Occorre permettergli di riscoprire esperienze e sensazioni legate ai giochi collettivi e al movimento, al mondo vegetale ed animale.
Siamo internazionali per quanto riguarda la nostra vita virtuale. Siamo individualisti al massimo ed inesperti dal punto di vista psichico emotivo relazionale. Analfabeti di ritorno per quanto riguarda il nostro spazio personale, le emozioni, la sfera dei sentimenti, la capacità di stare con gli altri.
Il modello calligrafico oggi è in estinzione. A scuola ciascuno impara da autodidatta a formare le lettere dell'alfabeto. Molto spesso non si seguono - né vengono insegnate - regole comuni. Nel tracciare i segmenti di lettera non c'è uniformità: chi comincia dal basso, chi dall'alto, a piacimento. Darsi l'autonomia (darsi le norme da sé) è impresa ardua. La relatività ha invaso la nostra vita.
La risposta degli adolescenti ad una tale anarchia è una sorta di uniformità al modello dello stampato (il cosiddetto "script").
Chi ha un'età compresa tra i venti e trenta, infatti, spesso ha adottato come modello lo Script. Da questa scelta sembra emergere una volontà superindividuale di uniformità e forse una ricerca di obiettività.
Dietro l'apparente maschera, però, si colgono molte differenze personali.
Chi critica i giovani, ne fa una categoria sociale: non esiste una tale categoria. Ciascuno di noi è, a tempo debito, bambino, giovane, adulto, vecchio. Se guardiamo le foto del secolo scorso, occorre una grande attenzione per notare le differenze individuali. Al colpo d'occhio sembrano tutti vestiti uguali: stessi copricapi, stesse "nuances" di colore, stesse lunghezze o ampiezze negli abiti, addirittura le stesse facce!
La generalizzazione non va pratica neppure oggi.
I giovani sono molto differenti tra loro.
Sicuramente almeno quanto le generazioni che li hanno preceduti!
Abbandoniamo la superficialità e spingiamoci a rintracciare i segni individuali anche nelle loro scritture.
Oggi tutti i computer sono dotati di un tasto di "scelta del carattere". Si può scrivere in molti stili e anche la scelta di una "Font" piuttosto che un'altra dice qualcosa di chi compie tale decisione. Molte pubblicità fanno uso di finte scritture, composte in realtà da caratteri standard, che però simulano la scrittura manuale. Chi sceglie il tipo di Font ha in mente un "target" preciso per il suo messaggio. E' possibile, ad esempio, dare un taglio più femminile o più maschile alla scrittura; puntare sull'affabilità e la cordialità; dare peso alla forza di volontà; simulare la scrittura infantile…
Anche rintracciare il modello o il carattere tipografico cui una scrittura si ispira e quanto se ne discosta o vi si adegua, ci permette di cogliere nella scrittura manuale sfumature riconducibili ai tratti caratteristici, unici, di quella persona.
Il foglio scritto a mano è un quadro, un ritratto di noi stessi. Come i dipinti o i quadri nella storia dell'arte anche i nostri scritti parlano di noi e dell'epoca nella quale viviamo. Interpretando la scrittura interpretiamo il nostro mondo.
La nostra epoca e i princìpi che la regolano sono evidenti anche nei modi e nelle caratteristiche che contraddistinguono i manoscritti del ventunesimo secolo. Interpretare i viventi attraverso le tracce scritte è dare un significato che supera il singolo individuo e ci spiega il vissuto e la quotidianità dell'umanità di oggi.
Nascendo entriamo in un sistema complesso che ci preesiste ma del quale diventiamo padroni in breve tempo. Imparare a parlare, a leggere e a scrivere ci rende capaci di rielaborare quanto abbiamo immagazzinato e di farlo "nostro".
E' questa qualità che va ricercata, ieri come oggi, nell'analisi della scrittura.
Milano, 20 marzo 2004
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