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(Giovanni Galli)
un caso esemplare
Un giorno venni contattato al fine di valutare un bimbo di cinque
anni. Frequentava la scuola dell'infanzia e la docente riteneva
indispensabile un intervento di sostegno. A supporto della sua
istanza mi presentò quelli che erano, a suo avviso, alcuni
materiali testimoni delle difficoltà del bimbo.
Fra altre cose mi mostrò un disegno.
Ebbene questo disegno rappresentava un presepe (era stato realizzato qualche giorno prima di Natale). Gli elementi disegnati erano: la grotta, Maria, Giuseppe, il Bambino Gesù nella culla, le stelle, alberi, pecore, la stella cometa con ogni singolo elemento rappresentato grosso modo in maniera confacente, così come ci si può attendere da un bimbo di quella età.
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Ebbene la maestra mi disse: "c'é un problema di ordine e di rappresentazione spaziale e c'é un problema di occupazione della spazio grafico. Vedi come il bimbo occupa male il foglio e poi mescola stelle, alberi, animali? tutti sullo stesso piano senza separare il cielo dalla terra?"
Perché la docente ha ritenuto necessario esprimere la sua
sorpresa rispetto quel disegno? Cosa non andava bene?
Evidentemente il fatto che non ripeteva i canoni, le modalità
abituali
in breve non corrispondeva a ciò che sono
alcuni fra i criteri estetici ed esecutivi dominanti; per cui le
stelle vanno messe in alto sul foglio, gli alberi in basso o tutt'al
più nella fascia mediana, gli animali non stanno in cielo,
ecc
Vale a dire: quel disegno poneva una interrogazione alla
maestra essendo poco reale, inverosimile.
Visto sotto questo angolo, ebbene sì quel disegno non
corrispondeva in nulla alle regole della strutturazione spaziale, ai
rapporti topologici, alle proporzioni ecc
Ma come ho scritto prima in quel disegno "Tutta la fascia da sinistra
a destra é quasi completamente riempita su due file di
disegnini".
E' questa fascia che deve interrogare l'osservatore. Quale era dunque
l'intenzione del bambino? Quale il senso di quell'elenco di
conoscenze che il bambino dimostrava di avere, disegnandole poi in
fila?
A parte il fatto che il cielo é una sede mitologica, un luogo
dove la fantasia dell'uomo collega le stelle formando figure di
esseri mitologici, di animali, di oggetti - dove la fisica
separazione tra cielo e terra viene completamente stravolta a favore
di una rappresentazione interiore - l'intenzione del soggetto era
molto simile allo scrivere. In verità quel bimbo stava
"scrivendo". In effetti quella striscia, quella fascia era stata pure
occupata progressivamente da sinistra a destra.
Diciamolo così: quel bimbo se ne fa un baffo della questione del realismo. Il problema, se problema c'é, non é certamente suo. La sua intenzione non era quella di riprodurre fedelmente un presepe, rispettando i canoni di distribuzione spaziale degli oggetti sul foglio, separando il cielo dalla terra, ecc La sua intenzione era piuttosto quella di elencare le sue conoscenze e quella di scrivere.
perché il realismo?
Da una parte c'é un desiderio, una intenzione creativa - il
bambino che vuole esprimere una sua conoscenza ed una aspettativa -,
dall'altra una necessità formale (nel senso di conformare il
disegno e di confermare quella forma attraverso la sua continua
riproduzione) - si tratta essenzialmente di un problema di copia, di
riproduzione, di stereotipia, di regole universalmente accettate o
accettabili dal "senso comune".
Nella situazione riportata - che, ricordo, é quella di una
relazione d'aiuto - perché l'espressione di un disegno del
soggetto viene letta a partire da una forma mancata? E non da un suo
eventuale disagio interiore?
Vale a dire: quel bambino viene segnalato perché non sta bene,
oppure viene segnalato perché ha prodotto un disegno che non
é sufficientemente realistico?
La situazione riportata é dunque esemplare. Esemplare dello sguardo che il docente (la scuola) pone sul discente. Esemplare nell'indicare la posta in gioco nel processo educativo e nell'insegnamento.
Quali sono poi gli spazi e i tempi accordati al disegnare a
scuola?
Idealmente gli si concede una forza enorme quale strumento di
espressione e di manifestazione di sé. Si considera il disegno
come strumento privilegiato
Eppure c'è una dicotomia fra questa euristica potenza
accordata dalla rappresentazioni sociali del disegno e i suoi tempi e
spazi reali di realizzazione. In genere il disegno non é che
raramente collegato a uno specifico progetto (pedagogico,
psicologico.
). Piuttosto é lasciato fine a sé
stesso, anche se si trova nella dimensione dell'estetica, o
addirittura confinato negli spazi dell'esclusione. Così
sentiamo spesso dire "quando hai finito potrai fare un disegno", "fai
un disegno che sei stanco", ecc
La mia ipotesi é la seguente: tutto il disegno nella scuola
(ma non solo) é sempre più dominato dalla questione del
realismo e il processo d'insegnamento fagocitato dalla questione
delle procedure.
Di un disegno si dirà che é più o meno ben
fatto, più o meno fedele alla riproduzione realistica o
verista. Di un testo ci occuperemo degli errori ortografici,
morfosintattici, delle 4 tecniche di calcolo scritto ci preoccuperemo
degli algoritmi, e così via.
Si ha un bel dire che senza procedure non si potrà mai essere
creativi. Il problema é capire come mai si perseguono, o
quando si é arrivati a perseguire procedure senza
creatività.
normativa operatività e intenzionalità
comunicativa
Vorrei aprire adesso una seconda pista indiziaria.
In-segnare, di-segnare, due sono i versanti del segnare a
scuola.
Vale a dire
sono due versanti dello stesso desiderio di
lasciare un segno, di lasciare una comunicazione.
Bisogna allora considerare il processo di insegnamento per quello che
indica. E' lui stesso una manifestazione di un disegno, in questo
caso educativo. Processo magari implicito, tacito, magari più
agito che voluto, ma comunque onnipresente.
Ogni processo d'insegnamento é una dinamica di segni, ma
é pure una prassi.
La dimensione preponderante nella scuola é quella
dell'insegnamento delle tecniche, quella dell'insegnamento delle
procedure delle norme, dell'operatività, dell'esecuzione di
pattern corretti; é un luogo dove l'attività
principale, preponderante, si concretizza nell'insegnamento di regole
aritmetiche, grammaticali, ortografiche, ecc
in breve in
attività disciplinari.
Soffermandoci su queste attività disciplinari intravvederemo
allora le ragioni del dominio e della egemonia del realismo.
La domanda centrale a questo proposito é la seguente. Ma
quanto tempo e quale spazio il processo d'insegnamento accorda al
soggetto per un apprendimento che non sia solo quello del saper
scrivere, saper leggere, saper calcolare, ecc
? In
verità il soggetto impara a scrivere, a leggere, ecc
ma
non scrive (e non legge).
La maggior parte dei suoi testi sono esercizi, oppure esami, nulla
hanno a che fare con lo scambio di conoscenze, sono principalmente un
luogo d'esercizio delle regole. Una palestra di allenamento, dove
migliorare sempre più le proprie performances. L'elemento
principale del testo non si situa a livello del suo significato ma
sulla correttezza sul piano del significante, della forma.
e dico nella maggior parte dei testi considerando che comunque
nella scuola ci sono esperienze attive che del testo vogliono ben
incrementare ed accrescere il valore comunicativo, esperienziale e
soggettivo (ma sarà appunto questo un contraltare da
evidenziare, da contrapporre alle crescenti esigenze normative
cfr. a questo proposito il mio articolo "I vestiti dell'imperatore.
Il soggetto tra individuazione e globalizzazione").
Regola e creatività, attesa ambientale e moto innato
normativa operatività e intenzionalità
comunicativa,
ecco i poli entro i quali ci muoviamo.
La mia ipotesi é la seguente. Idealmente il processo creativo
e di emancipazione abbisogna della regola, della padronanza per
accedere alla creatività; bisogna pur aver una buona
padronanza dello strumento per suonare, creare ed improvvisare la
musica.
In realtà nella pedagogia reale bisogna comunque chiederci come e quando il processo educativo fagocita il soggetto, quando la scuola diventa un luogo di riproduzione degli stessi schemi culturali egemoni: in breve quelli della produttività, ecc
C'è dunque una dicotomia tra conoscenze procedurali e
conoscenze testuali, come tra scienze del comportamento e scienze del
testo.
Vale a dire che sappiamo come insegnare (educare?) una determinata
conoscenza procedurale (scrivere correttamente ad esempio). Ne
ricostruiamo il processo in varie tappe d'apprendimento, d'esercizio,
complessificandone progressivamente il livello (dall'apprendimento
del codice, alla stesura di primi brevi testi, e così
via).
Ma poco e male sappiamo intervenire con i segni, i simboli che sono presenti nell'attività di segnare. Il testo viene affrontato nella sua correttezza formale e non per quello che vuole dire al lettore.
Questa dicotomia pesa quotidianamente nel lavoro educativo. Il
peso tutto rivolto al prodotto,- che non è nient'altro che la
dimensione antropologica nella quale si muove la cultura occidentale
post moderna e post industriale - l'estrema attenzione rivolta alla
riuscita, alla funzionalità sono il sinonimo di uno squilibrio
che ci porta all'oblio del segno e del simbolo. E quindi all'oblio
del soggetto e della sua esperienza.
La dimensione che domina é quella dell'agire funzionale, del
far funzionare le cose, di funzionare secondo i meccanismi appresi,
di produrre
Normativa operatività: a scuola dunque ci si
preoccuperà prevalentemente dell'apprendimento delle regole e
del loro esercizio progressivo in un disegno (progetto educativo) che
diventa strumento e fine (obiettivo). L'imparare a scrivere (lasciare
segni) non sarà realmente finalizzato alla comunicazione. Di
quanto l'allievo scrive veramente ben poco é usato per una
comunicazione, tanto é vero che imparata questa competenza gli
allievi non scriveranno, o solo raramente scriveranno, o scrivono
solo nei quaderni scolastici.
La differenza che passa tra operatività e
intenzionalità é la stessa che passa tra il saper
scrivere e lo scrivere effettivo. Quali sono le aspettative concrete
(non quelle scritte nei programmi) della scuola: che l'allievo sappia
scrivere o che scriva?
Consideriamo pure l'apprendimento dell'Inglese. Sempre più é finalizzato all'utilizzazione dei mezzi informatici e di Internet (es. progetto d'insegnamento dell'inglese a partire dalla prima elementare nel cantone Zurigo). Non é certo finalizzato a leggere e dissertare su Shakespeare.
Ecco perché quel presepe presenta una situazione che
é esemplare.
Esemplare perché scopriamo che quella del disegno non é
che una metafora.
Metafora del segnare, del lasciare tracce del proprio passaggio, dove
le vesti del disegno raggiungono quelle della parola scritta o orale;
le possibilità residue del soggetto per manifestare,
esprimere, narrare la propria soggettività (metto dunque sullo
questo piano attività come quella del disegnare e dello
scrivere in quanto ambedue sono un segnare, lasciare segni
).
Ma anche metafora dell'insegnamento reale, del suo messaggio;
dell'economia sua. Quella della trasmissione di segni, di simboli o
messaggi; delle narrazioni della presenza del soggetto e dello spazio
accordato/occupato al soggetto. Dello spazio ancora accordato al
segnare.
Esemplare perché mette in luce tutto il nodo della
questione della intenzione del bambino, della sua espressione, del
suo desiderio di segnare, del suo investimento, dei suoi segni, del
suo bisogno di raccontare e raccontarsi, dello spazio dato ed
accordato alla sua soggettività. Del fatto che se di-segna
certamente qualcosa in più e di altro c'é da dire oltre
che giudicare della correttezza della sua "grammatica".
Ma mette pure in luce la questione della scuola che é quella
della riproduzione, dell'apprendimento delle discipline, della
riuscita tecnica, della padronanza delle discipline.
Due questioni che sono poi parte di un fenomeno comunque unico nella sua realtà quotidiana; non foss'altro perché lo spazio istituzionale, come spazio mentale, come spazio comunitario, come comunità di intenti, realizza una sua propria Weltanschaung, che del disegno ha le sue proprie prassi.
per finire
Quel disegno era emblematico perché esemplificava solarmente
la parzialità del giudizio, la sua funzionalità a un
progetto educativo, a un disegno educativo che troppo sovente -
magari pure implicitamente e senza dunque esserne sempre coscienti -
come metro di giudizio, di valutazione che noi diamo di un bambino a
scuola é regolarmente e solamente parziale ed alienante.
Parziale perché del disegno guarda la sua maggiore precisione
e fedeltà rispetto ai canoni di rappresentazione che noi
chiamiamo realistici. Parziale perché é tutto rivolto
alla produzione o alla riproduzione "fedele" invece che di
preoccuparsi dell'espressione del soggetto.
Alienante perché frantuma il soggetto. Ne rimuove le
intenzionalità comunicative, esperienziali, gruppali. I suoi
bisogni sono definiti specularmente al programma; la sua crescita e
il suo progressivo adattamento sono focalizzati in primo luogo in
base alle esigenze della istituzione.
Ecco perché il disegno é dominato dalla questione del
realismo.
bibliografia
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htpp://www.ticino.edu/usr/ggalli/calica.htm
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Giovanni Galli
operatore di sostegno pedagogico
psicologo specializzato in psicologia dell'età evolutiva,
FSP
Cavergno, Svizzera
febbraio 2001
email ggalli@ticino.edu
http://www.ticino.edu/usr/ggalli