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"Non
fate pettegolezzi, il defunto non li sopportava"
ha scritto Majakovskji prima di uccidersi
Don Marzio, malalingua viperigna della "Bottega
del caffè" di Carlo Goldoni, è forse il più famoso maldicente della
nostra letteratura perché è quello che non sa interessarsi del prossimo
se non per malignità e per amore del pettegolezzo. Ma questo non avviene
solo nella letteratura. Spesso si verifica anche nella vita di tutti i
giorni, tant'è vero che è diventato proverbiale: "è un don Marzio" si
dice, infatti, di un pettegolo maligno, di un maldicente.
Ma la scrittura rivela la "sindrome di don Marzio"?
Domanda a cui non è facile rispondere. Certamente le spie della sindrome
di don Marzio non sono facilissime da evidenziare in una grafia, ma
osservando alcuni tratti, possiamo almeno mettere sul "chi vive" e
far soppesare con maggiore prudenza le affermazioni e le parole di
alcune persone.
Spesso confondiamo pettegolezzo e maldicenza. Ma la maldicenza è
strettamente imparentata con la menzogna e calunnia. Il pettegolezzo,
invece, ha un certo rispetto per la verità. Le persone pettegole non
si propongono distruggere la reputazione di una persona attraverso
fatti distorti ma di svelarne la vera identità morale.
In sostanza il loro obiettivo è quello di stabilire come siano
andate veramente le cose, di valutare le azioni di qualcuno del
proprio gruppo, oppure di una persona temuta, che viene così
"ridimensionata".
Il pettegolezzo infatti è il modo ideale per insinuare dubbi
nell'opinione altrui sull'immagine che una persona vuole dare di sé.
Dal veneziano petégolo, probabile derivazione di peto con
allusione all'incontinenza verbale dei pettegoli, per pettegolo
intendiamo di massima uno che ha il piacere di parlare e sparlare di tutto
e tutti, ingigantendo e rendendo sensazionali le voci e le informazioni
che circolano.
A volte si pettegola per movimentare una conversazione noiosa, a
volte per calamitare l'attenzione su di sé, per diventare centro
della scena, a volte per far del bene a qualcuno. Alcuni pettegolano per
creare intimità.
I pettegolezzi nella maggior parte dei casi sono innocui, ma vi
sono situazioni in cui possono assumere quegli aspetti negativi ed
insinuati che alimentano la sua cattiva fama.
Le cose riferite possono anche essere vere, ma se sono fine a se
stesse, gonfiate, interpretate in senso negativo, un pettegolezzo può
assumere la forma della malignità e della denigrazione, per lo
più ingiustificate e gratuite.
Quando poi le cose riferite sono intenzionalmente false e attribuiscono
a una persona delitti e peccati inesistenti per distruggerne la credibilità
e la reputazione diventa maldicenza, calunnia.
La maldicenza, infatti, a differenza del pettegolezzo, è un resoconto
non autorizzato, distorto o del tutto falso per strappare ingiustamente
il buon nome di un'altra persona.
Vera peste delle conversazioni, la maldicenza ha contorni difficili.
Confina a destra con l'invidia, a sinistra con la menzogna, in alto
con l'ipocrisia, in basso con la viltà e attinge in tutti e quattro
i punti cardinali.
Come si vede, cercare di definire con precisione il maldicente è
un'impresa ardua.
Le maldicenze vengono trasmesse attraverso parole, espressioni della
faccia, gesti e toni di voce.
Possono essere sottili o evidenti, calme o esagitate, scherzose o serie.
Affermano gli studiosi che la maldicenza presentata in un contesto di
parole gaie e gioviali, condita di frasi gentili, o peggio di scherno,
è la più velenosa. di tutte perché penetra fortemente nella mente di
chi ascolta.
Il serpente ha la lingua biforcuta, a due punte, come dice Aristotele;
tale e quale è quella del maldicente, che con un sol morso
avvelena l'orecchio di chi ascolta e il buon nome di colui di cui parla male
Ma rivediamo quali sono i motivi che portano una persona a parlare male
di altri.
La principale causa di maldicenze è l'invidia che, non
potendo raggiungere il suo modello, lo deve svalutare, svilire,
distruggere, denigrare, portare in basso, fare a pezzi. L'invidioso,
come uno sceriffo delle virtù sociali, passa il suo tempo a rovistare
nella vita dell'invidiato in cerca debolezze e difetti, per ingigantirli
e diffonderli ai quattro venti cercando di dimostrare che l'altro non
merita nulla di ciò che ha.
Nella maldicenza scivola anche l'orgoglio e la superbia.

Chi ha necessità di mettersi in mostra, di essere ammirato, chi vuole
il plauso di un eccellenza che reputa incontestabile, spesso finisce a
parlare male degli altri.
Non si sparla solo per nuocere agli altri. Lo si fa anche perché ci si
sente migliori degli altri: lo screditare gli altri è il miglior modo
per rivalutare se stessi. Almeno così si pensa. Se non c'è l'orgoglio
alla radice della maldicenza, sicuramente non c'è l'umiltà.
E che dire di chi di quelli che usano la maldicenza per farsi ammirare
per il fatto di avere un'informazione esclusiva?. Le parole del
maldicente sono come ghiottonerie Ci piace ascoltare perché ci fanno
sentire migliori di altri. Esse infatti buttano giù e svalutano le persone
che ci sono poco simpatiche.
Vi è poi la maldicenza che sorge come reazione ad una offesa personale.
Un risentimento che si esibisce con timore e si traduce in
mormorii, pettegolezzi, biliosi bisbiglii.
Scorciatoia per la vendetta, la maldicenza in questo caso è il tentativo
di "mettere a posto" l'avversario, di "restituirgli" il torto subito.
"Pan per focaccia", si dice.
C'è infine un altra categoria che comprende le persone. arriviste. Chi
vuol essere il primo, chi, avido di onori non si preoccupa di meritarli
ma di ottenerli, non tollera competitori e rivali e può mettere in giro
delle 'dicerie organizzate' per sminuire l'avversario.
A questo proposito esistono alcune ricerche nordamericane, che dimostrano
come a essere presi di mira siano prevalentemente i leader del gruppo,
mentre, in genere, chi mette in giro le voci sono gli arrivisti, ossia
quelli che cercano di stare vicini ai "capobanda" di turno per salire
nella gerarchia sociale.
Come si vede sono tanti, e tanti ancora, i motivi che spiegano la
"sindrome di don Marzio".
Per tornare alla grafologia, possiamo affrontare l'argomento,
basandoci su alcune osservazioni del Moretti, solo per rapidi cenni,
quanto basta per indicare alcune spie di un carattere che potrebbe
cadere nel pettegolezzo.
Però, nel vedere tali segnali, non bisogna affrettarsi a giudicare
perché questa indicazione potrebbe essere contraddetta dal codice etico
della persona, che non è indagato dalla grafologia. E poi, ben lo
sappiamo: è l'occasione che fa l'uomo maldicente.
Grafologicamente un chiacchierare facile e pettegolo, un
conversare apparentemente futile e garrulo, che però non manca di produrre
i suoi effetti, ha bisogno di Fluida o Spigliata, per avere
la lingua sciolta, scarsa Triplice larghezza per
la leggerezza nelle valutazioni, la superficialità, Largo tra parole
non omogenea alla larghezza di lettere per l'esagerazione dei fatti e
Ricci della spavalderia. Ecco da qui la superficialità e vanità
nel parlare, la mancanza di senso della misura e di rispetto.
Può non rendersi conto della portata delle parole e avere la lingua
lunga anche un Accurata Spontanea, per la facilità
di parola, con un Vezzosa civetteria, che è portata
a curiosare nei fatti altrui per sfruttarli a proprio vantaggio.
Chi "civetta" vuole piacere e deve inventare il modo di attirare
maggiormente l'attenzione e gli sguardi. Si mette in vista per
essere considerata, scelta, e in questo senso è una sorta di lotta per
il potere, per eliminare gli avversari mostrandosi superiore.
Ma anche qui, identificare la civetteria con la maldicenza, vorrebbe
dire confondere il mezzo scelto per un certo fine, con lo sforzo che si
fa per conseguirlo.
Quali saranno invece segni grafologici che si riferiscono al pettegolezzo
nei suoi aspetti più negativi? Quelli che si portano dietro un sottofondo
di aggressività, di moralismo o un intento pedagogico?. Quelli che
procedono dall'invidia, bersagliando ciò che suscita fastidio?.
Direi che i più esposti ad essere trascinati al pettegolezzo maligno
siano Accurata Studio specie se con Parallela. Il
motivo riguarda più che altro l'esteriorità a cui badano: non va loro
bene nulla di quello che fanno gli altri, e si appigliano alla menzogna
per screditarli e dare lustro alle proprie opere. Il bisogno di approvazione
e il rispetto delle forme, se supera certi limiti, comporta insofferenza
e disapprovazione per chi non condivide i propri schemi di comportamento.
Per questo, a questa categoria, va aggiunto anche chi è pronto a criticare
gli altri perché in essi vede sempre e soprattutto difetti:
Levigata, per la studiata presentazione personale, con un
forte Largo tra parole per l'ipercritica, con Curva e
Intozzata 1°modo per l'orgoglio e l'autostima.
Vi è poi Studiata con Calibro Alto, Solenne,
per l'elevato bisogno di considerazione da parte degli altri, per
l'esigenza di sentirsi al centro dell'attenzione, l'amor proprio volto
alla difese della propria immagine, l'ambizione di emergere e
ottenere riconoscimenti, per la prosopopea di superiorità.
Vi è poi la maldicenza che può sorgere come forma di rancore, di vendetta.
Pensiamo, per esempio, ad un alto grado di Acuta, espressione
di una situazione emotiva d'allarme di fronte a possibili
attacchi dall'esterno e di una reattività sproporzionata. Chiusi in una
difesa esasperata, piena di invidia e di rancore, facilmente sono portati
a sfogare il risentimento nella maldicenza come forma punitiva.
Sono quelli dalla lingua che taglia e cuce
Come dicevo questi sono soltanto alcune combinazioni che ci possono
indicare una predisposizione all'uso del pettegolezzo.
Ma si tratta di semplici indizi: la grafologia non può rispondere a
domande così precise perché non può prevedere come una
persona si comporterà in una data circostanza e non può conoscere il
suo profilo morale.
Con l'esame della scrittura possiamo, caso mai, risalire alle cause che
fanno di una persona un "Don Marzio" incallito.
Comunque sia, e a qualsiasi categoria le malelingue appartengano, li
detestiamo perché solleticano le nostre curiosità e perché spesso
cadiamo nelle loro trappole continuando a trasmettere agli altri cose
in cui non crediamo. Poi, ripensandoci, ci vergogniamo di non aver fatto
nulla per opporci a questa sorta di centrifuga di notizie incontrollate.
Bibliografia:
Sergio Benvenuto, Dicerie e pettegolezzi, Bologna: Il Mulino, 2000
Girolamo Moretti, Grafologia sui vizi, Ancona, Istituto grafologico
S. Francesco delle Scale, 1974 .
Girolamo Moretti, La passione predominante, Ancona, Studio
Grafologico "Fra Girolamo", 1962
Francesco Alberoni, Pubblico e privato, Garzanti 1987
Webgrafia
Duepiù.net
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